Epatite C
Le ultime terapie antivirali

Prof. Paolo Gentilini
Professore Emerito di Medicina Interna dell'Università di Firenze, Presidente dell'Italian Liver Foundation


L’infezione da HCV (causata dall’Hepatitis C Virus), comunemente chiamata Epatite C, una volta contratta, persiste per molti anni senza che possa essere con sicurezza arrestata in modo definitivo attraverso la terapia antivirale. A questo proposito, tuttavia, sono stati effettuati innumerevoli studi finalizzati soprattutto a dimostrare, oltre alla diversa evoluzione dell’Epatite C cronica, a seconda dei diversi fattori, anche la sensibilità dei diversi tipi di virus da Epatite C alla terapia con Interferone (molecola normalmente prodotta dall’organismo che può essere riprodotta in laboratorio).
Un primo elemento da considerare è che nella maggior parte dei casi è difficile riconoscere la fonte di infezione ed il momento in cui questa è avvenuta, per l’assenza di sintomi che consentano di riconoscere l’infezione acuta da HCV. Inoltre, data la possibilità di un aggravamento dovuto a infezioni intervenute successivamente alla prima, è in primo luogo opportuno consigliare ai portatori di HCV di effettuare la vaccinazione per l’Epatite B, oltre che per altre forme di Epatite virale eventualmente presenti sul territorio.
Per quanto concerne il trattamento antivirale dell’Epatite C, criteri internazionalmente riconosciuti indicano come la risposta completa alla terapia debba consistere sia nella remissione o stabilizzazione del quadro istologico (deducibile dall’analisi del tessuto epatico) sia nella normalizzazione del quadro umorale (analisi del sangue) fino alla negativizzazione dell’infezione (virus assente). A questo proposito una risposta positiva deve verificarsi durante o al termine dei primi sei mesi di trattamento, anche se una o più ricadute possono essere rilevate in una percentuale variabile di soggetti.
La risposta protratta deve essere caratterizzata da test negativi riguardo alla presenza del virus (e dalla rilevazione di transaminasi normali o normalizzate). Il giudizio di guarigione clinica viene normalmente emesso dopo sei mesi di sospensione del trattamento. Una tale risposta protratta nel tempo sembra indicare un arresto della malattia, anche se ricadute sono, in teoria, sempre possibili. 

La terapia con Interferone
La terapia di base per il trattamento dell’Epatite C è rappresentata dall’impiego dell’Interferone ricombinante, che è stato associato negli ultimi anni ad un altro medicinale: la Ribavirina. Il primo di questi due più importanti farmaci viene attualmente somministrato sotto forma di pegilato (una variante particolare di interferone) da impiegare sotto cute una volta la settimana in quantità variabile (da 50 a 150 microgrammi per il peginterferone a2b ricombinante).
Prodotto da quasi tutte le cellule dell’organismo, l’Interferone potenzia la risposta del sistema immunitario, opponendosi all’ingresso del virus in nuove cellule. Esso può essere utilmente impiegato anche nelle altre manifestazioni cliniche che possono intervenire durante l’infezione.
La somministrazione dell’Interferone può determinare una sindrome simile a quella dell’influenza, accompagnata nel tempo ad astenia, dimagrimento, dolori articolari, dolori muscolari, alterazioni dell’umore e insonnia.
Nel 15% dei casi sono state descritte sindromi depressive di varia intensità. Sono stati rilevati frequentemente disturbi ormonali, soprattutto a carico della tiroide, con la possibile comparsa di una tiroidite autoimmune. 

La Ribavirina
Questo farmaco svolge un’azione antivirale ed immunomodulante che potenzia l’attività dell’Interferone. Questa molecola va somministrata alla dose di 4-6 compresse da 200 mg al giorno. La sua azione tossica si esplica prevalentemente a carico dei globuli rossi, dei quali può determinare una distruzione extravascolare. 

Efficacia del trattamento
Nel prevedere la risposta positiva al trattamento occorre tenere presenti diversi fattori clinici (il tasso di viremia, il grado di infiammazione e di fibrosi epatica ed il genotipo virale). Secondo la nostra esperienza, un fattore di particolare importanza risulta rappresentato dalla durata presumibile dell’infezione, dato che le infezioni contratte da meno di tre anni appaiono molto più sensibili alla terapia a base di Interferone pegilato e di Ribavirina. Altri elementi favorevoli sono rappresentati dall’età inferiore ai 40 anni e dal sesso femminile. Nei Pazienti che non risultano rispondere al trattamento dopo sei mesi è possibile effettuare un secondo ciclo, senza tuttavia insistere eccessivamente su questo tipo di terapia, che può risultare a lungo più dannosa che utile. Una parte dei Pazienti trattati presenta nel tempo un nuovo aumento della viremia con elevazione frequente delle transaminasi. 

Nuove molecole antivirali
Studi condotti sulla biologia del virus epatitico e sulla progressione di questa infezione cronica hanno sollecitato la sperimentazione di nuove molecole antivirali. Le più impiegate sono gli Inibitori delle proteasi ed in modo particolare della proteina NS3, indispensabile alla replicazione virale.
La prima molecola di questo gruppo, sperimentata in protocolli clinici, è stata il BILN 2061, che è risultata molto efficace nell’inibire la replicazione virale ma nello stesso tempo capace di provocare notevoli effetti tossici. Più recentemente è stato introdotto nella terapia sperimentale il Telaprevir o VX950, efficace anche se somministrato per via orale, ma nello stesso tempo dotato di effetti collaterali come la facilitazione all’insorgenza di varianti virali resistenti. Dopo un primo ciclo di terapia di circa due settimane, è stato nuovamente suggerito l’impiego dell’Interferone.
Altro farmaco altrettanto importante è il Boceprevir o SCH503034, efficace nel determinare una rapida risposta viremica soprattutto se impiegato insieme all’Interferone pegilato.
Altro gruppo di farmaci che può essere utile, ma ancora in fase di sperimentazione preliminare, è rappresentato dagli Inibitori della polimerasi virale o NS5B, di cui fa parte la Valocipitadina o NM283, somministrabile anch’essa per via orale. Questo farmaco è stato sperimentato insieme all’Interferone pegilato, dimostrando una reale efficacia dose-dipendente ed una ridotta possibilità di favorire l’insorgenza di varianti dell’HCV. Esso può spesso provocare disturbi gastroenterici di varia importanza e, talora, capaci di consigliare la sospensione del trattamento.
Un ultimo farmaco, che risulta in fase precoce di sperimentazione nell’uomo, è denominato R16 26, dotato di intensa attività antivirale, pur essendo abbastanza esente da effetti collaterali tranne che per la diminuzione, peraltro limitata, dell’emoglobina.  

Concludendo, allo stato attuale esistono numerosi tentativi di scoprire nuove molecole capaci di bloccare temporaneamente o definitivamente la sintesi dell’HCV a livello del fegato. Peraltro questi farmaci non sono sempre affidabili e non devono essere impiegati se non sotto stretta sorveglianza medica, soprattutto per il rischio dell’insorgenza di varianti virali resistenti e/o di effetti collaterali nel Paziente trattato. Tuttavia, il continuo sforzo di vari Centri di ricerca testimonia da un lato la prova che fino ad ora non siamo mai sicuri di avere definitivamente debellato questa malattia e dall’altro l’entusiastica dedizione di tanti Ricercatori a questo problema, nella speranza di evitare o almeno limitare il numero di Pazienti in cui si può avere l’evoluzione verso la cirrosi o l’epatocarcinoma. La ricerca farmacologica applicata è risultata comunque preziosa, dato che offre speranze concrete per la definitiva soluzione di questo complesso problema.



© DOCMED s.r.l.
E' vietata la riproduzione totale o parziale di ogni contenuto di questa pubblicazione senza il consenso dell'editore.
Area riservata a Medici e Odontoiatri
Username:
Password:
Se non sei in possesso di username e password clicca qui
Abbonamento
L'esperto risponde
Ricerca articoli